domenica 5 giugno 2016

Ali


Eccolo lì. Il più grande di tutti. Me lo sto immaginando scortato da guardie di sicurezza che entra con la sua veste bianca circondato da allenatori e giornalisti, mentre saltella con fare strafottente. Si poteva dargli del bastardo, ma solo perché aveva un carattere forte. Per gli avversari, forse, era anche stronzo. Per la folla invece era tutt'altro. La folla lo acclamava, urlava il suo nome in coro che sembrava diventare più grande della sua stessa fama. Ma sopratutto, la folla lo amava perché aveva saputo stupire ed incantare il mondo con le sue abilità: pura applicazione pensiero-corpo.
Lui era Ali.

30 Ottobre 1974. Kinshasa, Congo. Fa un caldo tropicale e la massa di gente contribuisce ad aumentare il calore percepito. E' l'incontro più atteso di tutti i tempi, denominato: “The rumble in the jungle”.
Ali è tornato da poco nel mondo della boxe, dopo tre anni di forzata inattività. Vuole dimostrare che è ancora lui il numero uno. Torna per il titolo che gli apparteneva e lo rivuole a tutti i costi. Sembra ritrovato: fisico atletico e definito, sul metro e novantadue per un duecentosedici libbre niente male. Ma davanti, c'è un muro colossale di un metro e novantadue anch'esso, per duecentoventi libbre di massa muscolare di nome George Foreman, fresco dei sui venticinque anni contro i trentadue di Ali, sulla via del tramonto per il parere di qualcuno. Durante l'assenza del più grande di tutti, Big George, nel frattempo, aveva fatto strada spianata verso il titolo, battendo ogni avversario in non più di quattro round. Gli stessi avversari di Muhammad, quali Frazier, Norton, Roman ( i più noti mastini da combattimento), furono demoliti sia fisicamente che psicologicamente, dalle martellate del neo campione. Questo, Muhammad lo sa benissimo. Per questo nel ring gli lancia insulti, gli urla addosso, lo prende in giro a squarciagola per intimorirlo e distrarlo. George, impassibile, si limita a fissarlo in silenzio. Ha la classica faccia del grosso e cattivo, quello rissaiolo. Non dice niente. Farà parlare presto i suoi guantoni, in modo che Ali li senta e chiuda il becco.
I primi round sono all'insegna dell'incasso: Foreman che le dà ad Ali alle corde. E sono pugni pesanti al volto, allo stomaco, ai fianchi. Ma Ali regge, si chiude a riccio per attutire quei colpi devastanti. E perché no, trova anche il tempo per sfotterlo. Sembra spacciato perché è costantemente alle corde, pressato dalla mole schiacciante di Big George. La gente non capisce perché Ali combatte passivamente e continua a prenderle. Forse è tutto premeditato. Ma poi, a sorpresa, a neanche metà match, il bozzolo si schiude ed accende l'entusiasmo dell'intero stadio come una fiamma luminosa della vittoria nell'ombra di una sconfitta che fino a pochi istanti prima sembrava certa. E quel che ne esce è una creatura danzante come una farfalla e pungente come un ape: Ali inizia a danzare sulle ali dei piedi e la folla a cantare a gran voce: “Ali bomaye! Ali bomaye!”. Muove le gambe, gira attorno all'avversario che sembra avere adesso perso lucidità, velocità e potenza. Evita i suoi pugni. Sì, li evita proprio tutti. Ali, su quel ring, inizia a vedere tutto dell'avversario: la guardia semi aperta, le gambe affaticate, l'espressione di stanchezza e spossatezza nel suo volto, il sudore che gli gronda dal viso, i pugni che fa partire. Ali sa benissimo che da parte sua ha l'atleticità, che in pochi nel settore dei pesi massimi posseggono. E ha deciso di sfruttarlo al momento opportuno, con intelligenza, con astuzia, stancando prima Foreman. E così, a venti secondi dalla fine dell'ottavo round, riesce ad uscire dalla morsa di Big George, e come in un contropiede, riesce a sferrargli diversi pugni al volto, fino a stenderlo per sfinimento.
Anche se ho visto questo incontro solamente in un video, mi sembra di sentirne l'atmosfera, i colori, gli odori e le sensazioni di trovarsi veramente in quello stadio in quell'epoca, che solamente per la fortuna della gente che l'ha vissuto, riecheggiano nella memoria come sensazioni che accarezzano il cuore. Si prova onore e nostalgia allo stesso tempo per essere stati presenti; ed invidia, per quelli che non sono riusciti a far parte di quell'evento unico che non tornerà mai più indietro e mai si ripeterà. L'unica consolazione, forse, è quello di aver visto ogni video delle sue imprese nei suoi più celebri incontri. No, forse la vera consolazione è quello di essergli stato contemporaneo, seppur per poco, e sentire a pelle la grandezza che ha raggiunto e che nessuno raggiungerà mai; e poter dire con orgoglio un domani: 'io c'ero quando Ali era ancora vivo!'.

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